Madonna dell’Idris

“Arrivai ad una strada che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di un brutto color grigiastro, senza segno di coltivazioni né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo… un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca ed impaludata tra i sassi del greto… La forma di quel burrone era strana: come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso da un apice comune, dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca: S.Maria de Idris, che pareva ficcata nella terra. Questi coni rovesciati, questi imbuti si chiamano Sassi, Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola immaginavo l’inferno di Dante… La stradetta strettissima passava sui tetti delle case, se quelle così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone… Le strade sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelli di sotto… Le porte erano aperte per il caldo, Io guardavo passando: e vedevo l’interno delle grottesche non prendono altra luce ed aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall’alto, attraverso botole e scalette” (C.Levi “Cristo si è fermato ad Eboli”)

Così appariva Matera, agli occhi di Carlo Levi, durante la seconda guerra mondiale, come un enorme girone infernale, al centro del quale si ergeva uno sperone roccioso, sulla cima del quale c’era una chiesetta, S.Maria de Idris, meglio conosciuta dai materani come la Madonna dell’Idris. La chiesa rupestre deve probabilmente e il suo nome alla presenza di una sorgente nei pressi della roccia o alla Madonna Oditrigia, che in greco significa colei che indica la via. 

Atraverso un lunga e tortuosa scalinata che si snoda da via Buozzi, sino alla cima della rupe, si accede alla chiesa rupestre che presenta un avancorpo in muratura con a lato un piccolo campanile a vela. All’interno la chiesa si compone di una navata irregolare con affreschi, gran parte dei quali staccati e deteriorati a causa dell’umidità ed oggi esposti, dopo un attento restauro, presso la Soprintendenza ai Beni Storici ed Artistici di Matera. Sull’altare è esposta una Madonna con Bambino risalente al XVII secolo, dipinta a tempera, alla cui destra e raffigurato Sant’Eustachio. 

La chiesa di Santa Maria de Idris è collegata alla cripta rupestre di San Giovanni in Monterrone, dove si trovano numerosi e pregevoli affreschi, databili tra il XII al XVII secolo. Nel cunicolo di accesso fra le due chiese, vi è un affresco raffigurante San Giovanni Battista, mentre nella lunetta sovrastante l’altare troviamo un Cristo Pantocratore del XII secolo che benedice alla latina, sorreggendo con la mano destra un Vangelo aperto nel quale è inscritto un testo greco. Questo affresco ben rappresenta l’influenza della cultura iconografica bizantina sulla cultura locale e la fusione tra i due stilemi. Uscendo dal cunicolo, ci si ritrova nella cripta di San Giovanni, costituita da un’ampia aula che termina con un presbiterio sopraelevato.

La bellezza di questi posti non sta tanto nella ricercateza dei prodotti artistici, quanto nello stupore di un’architettura ottenuta per sottrazione, togliendo materia alla roccia, come nell’idea michelangiolesca di scultura, in una costruzione tutta al negativo, che opera liberando la roccia dal superfluo, perché in essa e intrappolata l’idea di forma, anziché aggiungendo materia al vuoto, come si fa tradizionalmente. 

La Chiesa Madre

La Cattedrale di Matera è per i materani il simbolo stesso della città e della fede della popolazione. Dedicata alla Madonna della Bruna, protettrice della città, la chiesa, chiusa al pubblico per ben tredici anni, è stata recentemente restaurata e restituita al culto dei fedeli. 

Edificata in stile romanico pugliese, sul punto piu alto della “civita” ( il nucleo storico della città), visibile a grande distanza sia dalla campagna che da ogni punto della citta storica, la Cattedrale si affaccia su una bella piazza, con un magnifico panorama  sul Sasso Barisano. 

L’esterno della chiesa presenta molti elementi simbolici, chiaro richiamo alla vita spirituale di epoca medioevale. Sull’ingresso maggiore, posto sulla facciata principale, troviamo la statua della Madonna della Bruna, mentre nelle nicchie laterali sono collocate le statue di S. Pietro, S.Paolo, S.Eustachio e a S.Teopista, patroni minori della città. Tutte le statue sono attribuibili alla famiglia dei Persio, artisti materani della metà del Cinquecento. Un grande rosone, intagliato come un ricamo, si staglia sulla parte superiore della facciata principale, sovrastato dall’Arcangelo Michele che schiaccia il drago, simbolo per eccellenza del bene che trionfa sul male. Le quattro colonnine e dodici semicolonnine, poste sulla sommità della facciata, rimandano, probabilmente, ai quattro evangelisti e ai dodici apostoli, mentre le varie figure che compaiono ad ornare i particolari architettonici non sono altro che la rappresentazione dei possibili pericoli morali che potrebbero insidiare la vita di un buon cristiano, come ad esempio la sirena, richiamo del piacere carnale e l’aquila, simbolo del peccato che divora gli uomini.

La facciata laterale della Cattedrale è caratterizzata due porte monumentali: la “Porta di piazza” e la “Porta dei Leoni”. 

Un bassorilievo che rappresenta il profeta Abramo, padre delle tre religioni monoteistiche e suggerisce un’idea di fratellanza, sovrasta la Porta di Piazza. Ai due lati vengono invece rappresentati due monaci benedettini uno in preghiera, l’altro intento nella lettura di un libro, chiaro riferimento alle regola benedettina dell’ “Ora et labora”. 

La “Porta dei Leoni”, così denominata per i due leoni stilibati, posti simbolicamente a guardia della fede, è decorata con motivi floreali e teste di angeli o fanciulle, a simboleggiare la purezza della Chiesa ed anche come buon auspicio. Tra le due porte vi è un’apertura, finemente decorata a intaglio, antico sepolcro di un giudice saraceno. 

La torre campanaria, che svetta dalla costruzione su base quadrangolare, è alta cinquantadue metri ed è divisa in due tronchi da un terrazzo. Il campanile, suddiviso in tre piani, è ornato da finestre bifore e termina in una cuspide sovrastata da una sfera con una croce. 

L’interno della Chiesa, baroccheggiante, è in netto contrasto con lo stile romanico della facciata. Fatta eccezione per alcuni capitelli e  pochi afreschi, riportati alla luce con i restauri, quasi nulla è rimasto dello stato originario. A destra dell’ingresso principale si può ancora ammirare il famoso affresco de “Il giudizio universale”, unico esempio superstite della decorazione pittorica medioevale originaria della Cattedrale. Eseguito da Rinaldo da Taranto, maestro frescante attivo nella fine del duecento, l’affresco ritrae, con uno stile severo ed asciutto, l’Inferno e il Purgatorio, secondo la concezione medioevale: in basso, l’Arcangelo Michele trafigge i peccatori dell’Inferno, avvolti dalle fiamme e attaccati da serpenti; nel Purgatorio, posto nella parte superiore, teste umane spuntano dalla bocca di grandi pesci, simbolo della rinascita delle anime purificate. 

Disposta su tre navate, con pianta a croce latina, la struttura della chiesa è stata molto rimeneggiata nel tempo e gli affreschi originari sono stati ricoperti da patine dorate e stucchi in stile barocco. Anche il soffitto medioevale è stato ricoperto da un controsoffitto ligneo settecentesco.

Degni di nota sono l’altare maggiore, proveniente dalla Abbazia di Montescaglioso, realizzato in marmo bianco, il coro ligneo, posto dietro l’altare maggiore, il presepe scolpito nel 1534 da Altobello Persio e Sannazzaro da Alessano in pietra calcarea dipinta e l’affresco della “Madonna della Bruna” consevato nella prima cappella della navata di sinistra, realizzato nel 1270. 

La Cattedrale di Matera, detta “Chiesa Madre”, non è solo il luogo di culto principale, ovvero la madre di tutte le chiese, ma anche, idealmente, la residenza della Madre celeste, della Madona della Bruna, che da secoli protegge l’intera città. Qui, infatti, viene conservata per tutto l’anno la statua della Madonna della Bruna, portata in processione trionfale il 2 di luglio. 

Ferragosto al museo

Ferragosto al mare è un incubo. La spiaggia viene presa d’assalto da famiglie con la soppressata nel panino, bambini capricciosi e ragazzi insaziabili di gavettoni. Per un giorno rinuncio al mare e in controtendenza, ritorno in città dove, come ogni anno, sono aperti tutti i musei. Voglio visitare il Museo di Arte Moderna e Medioevale che ha sede presso il Palazzo Lanfranchi, un edificio del Seicento, ex sede del seminario e successivamente del Liceo, dove insegnò anche Pascoli, oggi sede della Soprintendenza e della Pinacoteca. 

La facciata asimmetrica, è divisa orizzontalmente da un cornicione: nella parte inferiore sono presenti cinque nicchie in cui si possono ammirare le statue della Madonna del Carmine e dei Santi, mentre la parte superiore presenta lesene verticali complete di capitello, arcate cieche e un rosone, sovrastato da un frontone con un orologio al centro.
Davanti al portone d’ingresso del museo, nel 2010, è stata installata “La goccia”, una scultura contemporanea di Kengiro Azuma, ben sintetizza diversi aspetti che hanno caratterizzato la storia millenaria di Matera. Essa testimonia infatti il ciclo perenne della vita umana, paragonata al ciclo di vita dell’acqua e la continua ricerca del vuoto che caratterizza la storia dell’essere umano, che sono entrambe a fondamento del sistema costruttivo e di vita dell’ecosistema materano: da una parte  il sistema di conservazione delle acque in palombari e cisterne che ha reso famosa la città dei Sassi, dall’altra la ricerca continua dei vuoti dell’essere umano, legata all’abilità dei materani che, scavando e conquistando spazi vuoti, hanno saputo adattare la natura alle proprie esigenze.

Salendo una scalinata e attraversando un bel cortile scoperto, si accede al percorso espositivo museale, suddiviso in Arte Sacra, Collezionismo, Arte Moderna e Contemporanea e Demoetnoantropologica.

La sezione di Arte Sacra raccoglie tavole, statue e reperti lapidei provenienti dai restauri delle chiese di tutta la Regione. La sezione di Collezionismo, invece, ospita dipinti di scuola napoletana del Seicento e del Settecento appartenenti alla collezione di Camillo d’Errico di Palazzo San Gervasio, tra cui è conservato anche il dipinto a olio su tela di Luca Giordano, “Il giuramento di Bruto dopo il suicidio di Lucrezia”.

La sezione di Arte Contemporanea, a mio giudizio la più interessante, comprende numerosi dipinti di Carlo Levi, esimio esponente della cultura italiana del Novecento, che con il suo libro, “Cristo si è fermato ad Eboli”, in cui racconta dei suoi diciotto mesi di confino in Basilicata, contribuí  a denunciare le condizioni di degrado e abbandono in cui versava la regione. Tra le tante tele, vale la pena di soffermarsi sul grande pannello “Lucania ’61”, dipinto da Levi su commisione di Mario Soldato, per la grande mostra torinese “Italia 61”, in cui l’autore traspone sulla tela le imagini del suo confino, con intensa drammaticità e una forte denuncia sociale, ricongiungendosi idealmente all’opera del poeta lucano, Rocco Scotellaro, dipinto al centro del quadro in veste di fanciullo. Nella stessa sezione troviamo anche opere di Luigi Guerricchio, artista materano del Novecento e terracotte di Rocco Molinari, raffiguranti la festa del Maggio di Accettura.

Nella sezione Demoetnoantropologica, ritroviamo, infine, oggetti della cultura materiale e del vivere quotidiano raccolti nel territorio lucano.

In programma,  dopo la visita al museo, il pranzo in un agriturismo, per assaporare le prelibatezza della cucina locale.

Non solo Sassi

Chi ha visitato Matera, la ricorda sopratutto per i suoi Sassi, ignorando spesso che a Matera è stata anche scritta un’importante pagina dell’architettura moderna italiana. Laboratorio delle più avanzate teorie urbanistiche ed architettoniche,  negli anni Cinquanta, Matera fa scuola con il Piano Regolatore di Luigi Piccinato ed i nuovi quartieri degli architetti Ludovico Quaroni, Carlo Aymonino e Giancarlo De Carlo. 

Ed è in questo clima di effervescente cultura che nasce il cineteatro Duni, un piccolo gioiello di modernità, oggi in declino, nascosto alla vista dei più ed alla conoscenza dei suoi stessi cittadini. 

Sorto tra una fitta cortina di palazzi a due piani, che si saldano fino a costituire un unico blocco, a cavallo fra le nuove vie che si andavano a completare proprio in quegli anni, l’edificio dell’architetto materano Ettore Stella, ha il pregio di non tentare di mimetizzarsi, né di cercare improbabili legami linguistici con il passato, ma di proporsi semplicemente per ciò che è,  un organismo architettonico moderno e innovativo. La continuità della struttura cementizia, utilizzata per la prima volta a Matera proprio in quell’occasione, le rampe che legano platea e galleria, l’uso di materiali innovativi per la pavimentazione, la novità delle coperture e l’attenta declinazione della tipologia architettonica, sono tutti segni tangibili di come questo edificio sia da ritenersi un “giovane monumento” dell’architettura moderna italiana, emblema di quella società materana che cercava il riscatto dalla “vergogna nazionale” e riponeva le sue speranze in un futuro moderno e tecnologico, per cancellare, con un solo colpo di mano, secoli di isolamento. 

Ed ancora oggi,  che Matera si appresta a svolgere il ruolo di Capitale della Cultura nel 2019, sembrerebbe rincorrere quel riscatto perseguito per anni e mai raggiunto a pieno, e le vicende della liquidazione della società che gestisce il cineteatro ed un suo probabile acquisto da parte del Comune, divengono il fulcro dell’ennesimo tentativo di riscatto di una città che si candida a Capitale della Cultura, senza avere la ferrovia, un teatro degno di questo nome e dove è a rischio persino l’apertura della storica Biblioteca Provinciale. 

La Palomba

Quando sono a Matera, non perdo occasione per recarmi al Santuario della Palomba, una chiesa costruita a strapiombo sulla Gravina, lontana dal chiassoso vociare dei turisti e dal traffico cittadino, da cui si gode una meravigliosa vista panoramica. 

Il nome “la Palomba”, rimanda alla colomba scolpita sul portale d’ingresso, emblema dello Spirito Santo e della  pace che regna sovrana in questo posto.

Percorrendo l’antica via Appia, la SS7 in direzione Taranto, a 100 m dal bivio per Santeramo, superato il cancello in ferro battuto, si arriva ad un viale alberato che conduce al cortile della chiesa. Caratterizzata da lesene e arcate cieche, la facciata presenta un rosone sormontato da una una nicchia, al cui interno è posta la statua dell’Arcangelo Michele che uccide il demonio, mentre sull’architrave è rappresentata la Sacra Famiglia. Un campanile a vela svetta lateralmente dalla facciata. 

Edificata in stile romanico-rinascimentale, la chiesa di Santa Maria della Palomba,  ha inglobato al suo interno l’antica chiesa rupestre preesistente, che è ancora accessibile dal presbiterio. Interamente scavata nella roccia, la chiesa rupestre ha una sola campata, con volta in parte a schiena d’asino ed in parte piana, mentre nelle cappelle laterali sono conservati affreschi risalenti alla seconda metà del Seicento.  

Composta da una sola navata con volta a botte, la chiesa principale, presenta al suo interno numerose nicchie con statue realizzate da Giulio Persio verso la fine del XVI secolo ed affreschi coevi. La Palomba era nota in passato per l’affresco posto sull’altare, raffigurante la Madonna Odigitria, ossia di colei che indica il Cristo o la via, di cui si narra abbia compiuto numerosi miracoli, guarendo i malati del circondario.

Se vi siete spinti sin qui, vi consiglio di visitare anche la cava-scultura di Antonio Paradiso e di fare una passeggiata lungo il sentiero che costeggia la Gravina, accessibile dallo spiazzo antistante la chiesa. Potrete così ammirare scenari inusuali  di natura incontaminata e godere del fascino ancestrale di questi posti. 

Metaponto beach

Dopo aver attraversato tutta l’Italia, con un traffico esasperante, ma d’altronde siamo a ridosso di Ferragosto, approdiamo finalmente a Metaponto. Abbiamo lasciato scemare la calura pomeridiana ed una fresca brezza si leva dal mare. 

Attraversiamo in bici la pineta e la macchia mediterranea che lambisce tutta la costa Jonica, tra l’odore dei pini, del mirto e del ginepro. Lasciamo le bici addossate alla staccionata bianca del lido e ci avviciniamo alla spiaggia della mia infanzia. Frequento questo posto da quasi cinquant’anni e nel tempo l’ho visto trasformarsi lentamente, ma inesorabilmente. Negli anni Settanta la spiaggia, poco attrezzata, era lunghissima ed affollata solo nel fine settimana. C’era un solo campeggio, l’Internazionale, al centro del paese.

Negli anni Ottanta i campeggi si sono moltiplicati a dismisura invadendo la pineta ed arrivando fin sulla spiaggia. Contemporaneamente, a seguito della lottizzazione dei terreni agricoli, cominciavano a sorgere i primi villaggi, ma la costa ed il mare erano sempre limpidi ed immutati. 

Negli anni Novanta la speculazione edilizia ha preso il sopravvento, disseminando in maniera irrazionale nell’entroterra seconde case e attrezzature sportive , costruite con i soldi dei mondiali di calcio e poi abbandonate. E malgrado tutto il turismo non decollava.

Con il duemila e la crisi è iniziata la fase di decadenza. Villaggi e campeggi, sparsi ormai ovunque, sono semivuoti e si animano solo nel fine settimana o a Ferragosto. Intanto la spiaggia lentamente, ogni anno, si restringe, cancellando lidi storici e mandando sul lastrico gli operatori, a causa del fenomeno di erosione della costa, esacerbato dalla costruzione di un porticciolo proprio alla foce del Basento. Chiazze scure sul bagnasciuga, probabile eredità delle trivellazioni petrolifere a monte e acque non più limpide, oltre all’incuria di un’amministrazione distratta che non pulisce le strade e non fa le dovute manutenzioni, hanno fatto il resto. Oggi alcune opere di contenimento delle mareggiate e di ripristino delle coste hanno contenuto il problema, ma il turismo comunque langue. Metaponto muore, eppure il suo mare, con le cento sfumature di blu, e la sua spiaggia dorata sono sempre lì che mi aspettano, con la loro semplice bellezza che resiste alla violenza dell’uomo ed al suo disprezzo. 

Ed io non resisto. Non c’è estate che non passi di qui almeno un giorno, per un saluto. 

La Versailles milanese è aperta a Ferragosto

Quest’anno niente ferie? Siete rimasti in città?  Niente paura, a Ferragosto villa Arconati apre i battenti e potrete trascorrere una giornata alle porte di Milano, sentendovi quasi a Parigi. La villa si trova all’interno del Parco delle Groane, nel borgo agricolo di Castellazzo, nella brughieta, tra Bollate e Garbagnate. Appena lasciata la S.S. Varesina, imboccando la strada dei Leoni che si dirama tra due statue feline, gli obelischi e le file di carpini bianchi, si giunge al cancello della villa. Costruita attorno all’antico nucleo, la villa raggiunse il suo massimo splendore nel XVIII secolo ad opera di Galeazzo Arconati, noto collezionista d’arte, che investì molto in Castellazzo, trasfornandolo in una delle più rinomate ville di delizia del milanese. Lo stile tardo-barocco lombardo, ispirato alle ville di Giovanni Ruggeri, conferisce alla villa un aspetto elegante e raffinato che ricorda la reggia di Versailles.  Anche i giardini furono rimodellati dal precedente stile italiano a quello francese, costruendo un parterre dinanzi alla facciata  Sud. I giardini alla francese sono rarissimi in Italia e quelli di Castellazzo hanno un notevole valore architettonico e fungono da perfetta cornici alla villa.  Il complesso di Castellazzo, attualmente di proprietà di una società immobiliare, si completa con la cappella e l’attiguo Borgo agricolo. I giardini ospitano tradizionalmente nel mese di luglio un festival musicale che finanzia, in parte, i restauri della villa. Anche l’apertura straordinaria di Ferragosto, contribuirà alla raccolta fondi per i restauri.

Per informazioni: Villa Arconati